ALLE ORIGINI DEL FUMETTO: “CONTRATTO CON DIO” DI WILL EISNER

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Qual è l’incipit più famoso nella storia del fumetto? Tempo fa, a questa domanda, mi sarebbe venuto in mente il famoso “Era una notte buia e tempestosa…” con cui Snoopy era solito iniziare i suoi racconti battuti a macchina. Schulz aveva preso la frase dallo scrittore inglese Edward Bulwer-Lytton; in seguito, il bracchetto la rese così popolare che venne a sua volta utilizzata in alcune opere di famosi registi e scrittori. Umberto Eco, addirittura, disse che l’inizio del suo romanzo Il nome della rosa (“Era una bella mattina di fine novembre”) era proprio una citazione del personaggio dei Peanuts.

Certo, potreste aver pensato anche ad altre frasi. Ad esempio, “Buonasera, Londra. Sono le ore nove. Qui è la voce del Fato…” (V per Vendetta – Alan Moore) o anche “La notte brucia come l’inferno e la roba ti si appiccica addosso” (da Un duro addio, prima storia di Sin City di Frank Miller). Eppure, se dovessi scegliere un incipit che ha fatto letteralmente la storia del fumetto, sarebbe senza dubbio quello di Contratto con Dio di Will Eisner.

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Contratto con Dio è la raccolta di racconti con la quale Eisner si distacca dalla produzione supereroistica di The Spirit in favore di storie più personali e intimiste, ambientate nei sobborghi di New York durante la Grande Depressione. I nuovi protagonisti del fumetto diventano così le persone comuni con la loro vita quotidiana, i loro sogni e i loro drammi. In Contratto con Dio (che risale al 1978) si possono già trovare quelli che saranno i temi ricorrenti delle storie successive: il ritorno dell’autore alle proprie radici ebraiche, la dura lotta per la sopravvivenza nelle città, i rapporti con la famiglia e i ricordi personali. In quest’occasione comunque mi soffermerò solo sul primo racconto, cioè quello che dà il nome all’intero graphic novel.

La trama è potente, pur nella sua semplicità. Viene raccontata la storia di Frimme Hersh, ebreo di Dropsie Avenue, uomo devoto e benvoluto da tutti per la sua generosità. Da giovane Hersh ha stipulato un singolare “contratto con Dio”, impegnandosi a essere sempre buono in cambio della benevolenza della divinità. Un giorno, però, la sua giovane figlia adottiva muore improvvisamente per malattia; l’uomo, stravolto dal dolore, rescinde così il contratto scagliando rabbiosamente fuori dalla finestra la tavoletta di pietra su cui, anni prima, aveva inciso i termini dell’accordo. Da quel momento, la vita di Frimme Hersh prende un’altra direzione.

Torniamo al famoso incipit della storia: “Per tutto il giorno le acque del diluvio furono sul Bronx, senza pietà”. Così recita la voce fuori campo, in caratteri simili a nuvole che gocciolano letteralmente acqua sul protagonista. Una tavola essenziale, quasi scarna, che però trasmette immediatamente al lettore lo “stato d’animo” del racconto. Le immagini e le parole successive confermano quel sentore di triste solennità contenuto nella semplice battuta iniziale.

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Al di là dell’importanza di Contratto con Dio sotto il profilo stilistico (in quanto pietra miliare del fumetto e capolavoro dell’arte sequenziale), questo racconto è uno dei miei preferiti per via della sua potenza viscerale. Poche cose mi hanno emozionato – e tuttora mi emozionano – come le brevi frasi che accompagnano la camminata di questa figura curva sotto la pioggia, schiacciata da un dolore così grande da diventare quasi fisico. In questa sequenza non si è ancora visto il volto di Hersh, poiché le fattezze del protagonista sono celate dal cappello e dall’impermeabile ormai fradici; eppure il lettore conosce già lo stato di prostrazione in cui versa quest’uomo, questo padre privato del suo affetto più caro.

Un altro passaggio che amo è quello in cui Hersh, in una notte di tempesta, affronta Dio urlando al cielo la sua rabbia. Qui si comprende appieno il tumulto di sentimenti che agitano il suo animo. Lo shock del protagonista è qualcosa che va al di là del puro e semplice dolore per il lutto: è l’infrangersi di un’illusione. Hersh ha basato tutta la sua vita sulla convinzione infantile che il “contratto con Dio” l’avrebbe preservato da ogni male. Si è sempre comportato rettamente, prodigandosi per il prossimo e diventando un punto di riferimento per la comunità. Persino l’aver trovato una bambina abbandonata sull’uscio di casa sua ha rappresentato per Frimme una parte dell’accordo, come se Dio stesse mettendo alla prova la sua dedizione. Per lui la morte della giovane Rachele non è solo la perdita di una figlia, ma dell’intero senso della sua esistenza.

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È commovente, quasi straziante, osservare il “dialogo” (che è in realtà un monologo) tra Frimme Hersh e Dio. L’uomo non capisce d’essersi sempre ingannato: il patto era stato stipulato “a senso unico”, se così si può dire. Il suo turbamento esplode così in una rabbiosa indignazione, che ha come epilogo la rescissione dell’accordo.

Contratto con Dio è una storia essenziale per comprendere quelli che saranno lo stile e la poetica di Eisner. Già qui si possono notare, infatti, alcuni “marchi di fabbrica” come le tavole a tutta pagina (nelle quali nessun dettaglio è messo a caso) e l’incredibile caratterizzazione ed espressività dei suoi personaggi. Ciò che più colpisce, però, è lo sguardo privo di giudizi morali con cui l’autore guarda ai protagonisti delle vicende che racconta: persone molto umane, sia nelle loro grandezze sia nelle loro miserie, uniche artefici del proprio destino.

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