DYLAN HORROCKS, UN PASSO INDIETRO FINO A HICKSVILLE

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Sam Zabel e la penna magica è uscito in tutte le fumetterie da meno di una settimana, ma sembra aver già confermato le aspettative che lo designavano come uno dei libri dell’anno. Prima di immergermi nella nuova opera di Dylan Horrocks, tuttavia, ho preferito fare qualche passo indietro. Precisamente fino a Hicksville, il fumetto che è stato definito “Libro dell’anno” dal Comics Journal nel 2002 (ed è valso allo scrittore neozelandese svariate nomination per premi importanti in diversi paesi).
La prima edizione in inglese risale al 1998, mentre in Italia è stato pubblicato nel 2003 dalla Black Velvet. L’edizione italiana conta un’introduzione a fumetti ad opera dell’autore, assente nella versione originaria. Il romanzo, inoltre, è stato tradotto anche in francese e spagnolo.

Hicksville mi è era già stato consigliato tempo fa da un amico molto più esperto di me in fatto di fumetti. Ho deciso perciò di cogliere la palla al balzo, e colmare questa lacuna prima di leggere Sam Zabel e la penna magica. Un po’ per cominciare dalle origini, un po’ per capire chi mi trovavo di fronte. Ora posso dire che è stata una scelta azzeccata.

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La vicenda ha inizio quando il giornalista e critico canadese Leonard Batts si spinge fino a Hicksville, sperduto paese della Nuova Zelanda con un’insolita caratteristica: tutti i suoi abitanti sono esperti appassionati di fumetti. La cittadina ha dato inoltre i natali a Dick Burger, l’uomo che – nonostante la sua giovane età – è considerato l’autore più influente della sua generazione, nonché “il successore di Stan Lee e Jack Kirby”. Leonard vuole appunto scrivere un articolo su questa leggenda vivente, ma appena comincia a fare domande in giro si scontra con l’unanime ostilità della popolazione. Tutta Hicksville, infatti, sembra odiare Burger per un misterioso motivo di cui nessuno vuole parlare. Del resto, questa è solo una delle stranezze nelle quali il giornalista s’imbatte nel tentativo di scoprire l’oscuro segreto sul passato del disegnatore.

La struttura narrativa di Hicksville può essere definita “a scatole cinesi”: i personaggi della storia principale narrano a loro volta delle storie. Di solito si parla di “narrazione dentro la narrazione”, anche se forse in questo caso sarebbe più appropriato dire “fumetto nel fumetto”. Sono chiari esempi lo strano fumetto che viene fatto trovare a Leonard, pagina per pagina, da uno sconosciuto disegnatore; o il riferimento a Pickle, opera realmente esistente pubblicata tra il 1993 e il 1997 e creata dallo stesso Horrocks (su questa rivista, tra l’altro, apparve originariamente Hicksville prima il romanzo fosse stampato in un volume unico). Questo espediente, che forse in mano ad altri avrebbe dato come frutto un racconto dispersivo e noioso, rende il fumetto avvincente dall’inizio alla fine.

Hicksville ha altri numerosi pregi: è divertente, ironico, fantasioso. Gli elementi della storia, i personaggi particolari e ben caratterizzati, i paesaggi, le citazioni sparse ma sapientemente inserite, il continuo amalgamarsi di vero e inventato (che si tratti di autori, fumetti o luoghi), il suono quasi ipnotico delle espressioni in lingua maori che spesso fanno capolino… tutto, ma proprio tutto, contribuisce a dare al racconto un’atmosfera molto suggestiva. Ciò è portato quasi agli estremi nell’insolito glossario alla fine del libro, che continua a mescolare nomi reali e di fantasia creando l’impressione di un confine molto sottile fra queste due dimensioni.

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Come dice lo stesso Horrocks, Hicksville è “un racconto sui fumetti, la loro storia e la loro poesia […] Hicksville è il mio modo di creare una casa spirituale per i fumetti”. L’intento è certamente riuscito, poiché quest’inno alla nona arte incarna la costruzione mentale ideale degli appassionati del fumetto. Eppure, nonostante la venerazione per questo mezzo espressivo, l’autore guarda con estrema onestà al mondo dei fumetti cogliendone contemporaneamente i lati positivi e negativi.

Vale la pena soffermarsi, a questo proposito, sul contrasto fra la tranquilla cittadina di Hicksville e il caotico mondo dell’industria dei comics americani. Da un lato c’è questo paese rintanato in mezzo al nulla, dove gli abitanti amano e soprattutto rispettano i fumetti. Questa comunità è in possesso di opere introvabili d’inestimabile valore, ma non sembra curarsene. Emblematica di ciò è la dolce e anziana signorina Hicks, proprietaria di una piccola libreria traboccante di autentici tesori, che alla domanda dell’attonito Leonard “Ha la minima idea di quanto valgono?!” risponde candidamente “Oh, non saprei proprio. Non facciamo caso a quelle cose qui a Hicksville!”.

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Impossibile non cogliere la differenza con l’altra faccia della medaglia, cioè la scena fumettistica d’oltreoceano: un ambiente corrotto dall’avidità, dove a ciò che è bello si preferisce ciò che può vendere bene. Qui lo spregiudicato Dick Burger ha trovato il suo posto, rinnegando le proprie origini e ciò che a Hicksville c’è di più sacro. Horrocks si prende gioco di questo mondo con ironia, aggiungendo un leggero tocco di tristezza che fa di Hicksville anche “una tormentata meditazione sulla nostalgia e sul rimpianto” (come si può leggere sul retro di copertina dell’edizione italiana).

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Hicksville è, a tutti gli effetti, un’opera imprescindibile per gli amanti del fumetto. Il primo consiglio che posso darvi in merito è procurarvelo il prima possibile (per fortuna si può trovare con facilità, nonostante la Black Velvet Editrice abbia definitivamente chiuso i battenti circa un anno fa); il secondo, di prendervi il giusto tempo per leggerlo. Per quanto il romanzo di Horrocks possa essere avvincente, infatti, una lettura eccessivamente vorace rischierebbe di creare confusione sulla storia e non farne apprezzare appieno tutte le qualità. Ad ogni modo, scommetto che vi verrà voglia di sfogliarlo più volte e che troverete sempre un dettaglio sfuggito in precedenza.

[Spero abbiate apprezzato questa piccola retrospettiva su Dylan Horrocks. Per tornare all’attualità, presto parlerò di “Sam Zabel e la penna magica”. Non perdetevelo!]

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